Giornale di Vicenza. Martedì 22 –11-2005 Stampa E-mail

Martedì 22 Novembre 2005
Nella transoceanica da Le Havre a Salvador de Bahia in Brasile l’imbarcazione “Mare Verticale” ieri sera era a 380 miglia dalla costa
Il giudice Carreri è ormai a un passo dall’impresa
Partita il 5 novembre, è la prima italiana ad arrivare in fondo alla gara lunga 4344 miglia marine.

ImageDopo diciassette giorni di navigazione ieri sera l’imbarcazione Mare Verticale con a bordo il francese Joe Seeten e il giudice vicentino Cecilia Carreri era ormai al largo del Brasile, prossima a Salvador de Bahia. Mancano “solo” 380 miglia dei 4344 in programma della Transat Jaque Vabre, che dovrebbero essere percorse in una giornata e mezza, dunque l’ingresso nel porto dell’equipaggio italo-francese è previsto per domani.
La dott. Carreri è la prima skipper italiana a compiere quella che a tutti gli effetti è un’impresa marinara, perché attraversare l’oceano Atlantico dalla Francia al Brasile rappresenta un banco di prova di assoluta difficoltà.
Uno dei passaggi cruciali è stato sabato il passaggio del “Pot au Noir”, tra i 7 e i 3 gradi di latitudine Nord.
«La vita a bordo è sempre durissima - scrive nel suo diario la skipper vicentina -, il passaggio del Pot au Noir, ci ha impegnati per oltre un giorno con continui transiti di massicci nuvolosi giganteschi che generavano colpi di vento molto violenti fino a 40 nodi, zone di calma e improvvisi acquazzoni tropicali».
Le prime sei barche con i più forti timonieri al mondo sono già attraccate a Bahia. Mare Verticale è al momento ottava in classifica, anche se la settima, Roxy è vicina al porto.
Image«La mia Transat non è finita e m’impegnerò fino in fondo al massimo - scrive il giudice -, sarà molto importante l’arrivo a Bahia per me su Open 60, una grande sfida senza sponsor, fuori dal circo mediatico esasperato delle grandi star, per il solo piacere della navigazione estrema, pulita, essenziale».
«È una grande lezione per tutti , un motivo di riflessione. Questo vale anche per l’alpinismo estremo - spiega il giudice, che aveva già attraversato l’equatore durante un’ascesa sul monte Kenia, ma allora con ramponi e piccozza -, troppo spesso condizionato dalle esigenze finanziarie e dal protagonismo. Questo messaggio molto forte vuole essere un richiamo dell’attenzione sullo spirito più genuino dello sport, sulla possibilità di entrare con le proprie forze nel mondo d’elite della grande navigazione d’altura».

 
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