Domenica 12 Marzo 2006 Stampa E-mail
Il giudice ha narrato di fronte a un Canneti affollato la sua avventura alla regata francese Cecilia Carreri ha scalato l’oceano Prima italiana alla Jacques Vabre
«Alla montagna ho dedicato molto, ma anche la navigazione dura è verticale»
Devi essere molto preparata alla solitudine, sei sempre al limite e qualche volta credi di essere vicina alla follia.
Ma in mezzo all’Atlantico ho pianto di gioia.

di M. Elena Bonacini

Image «Stare al timone a barra di un open 60 è la cosa più bella che possa capitare ad un velista. Una notte ho pianto in mezzo all’Atlantico perché avevo coronato il sogno di vedere il mio piccolo 470 che s’ingrandiva».
È veramente emozionata Cecilia Carreri, giudice vicentina dalle mille risorse, mentre mostra ai tanti appassionati ed amici datisi appuntamento all’auditorium “Canneti” le immagini girate durante le regate disputate nel 2005 con Mare Verticale, il grande successore del “piccolo” 470 che l’ha portata, prima donna italiana, fino a Salvador de Bahia al termine della “Transat Jacques Vabre”, la regata francese partita da Le Havre il 5 novembre e giunta in Brasile il 23 dello stesso mese. Al suo fianco lo skipper Joé Seeten, che ha corso con lei anche il Rolex Fastnet Race, quando l’equipaggio era formato anche da Arnaud Vasseur, Eli Canivenc e Vincent Vandeckerckove.
Il cantiere, i lavori, la verniciatura: Carreri riprende ogni dettaglio dell’impresa. «Il nome Mare Verticale è un omaggio alla montagna, alla quale ho dedicato parte della mia vita, la verticalità la trovi anche sull’oceano quando la navigazione è dura. Verticale è tutto ciò che è difficile e richiede sacrificio».

Image Lo skipper illustra le immagini con semplicità, la voce chiara e quasi fragile che contrasta con la forza fisica e la volontà necessarie per muovere quelle grandi vele. Racconta le sensazioni, i paesaggi, l’emozione provata nel raggiungere lo scoglio irlandese Fastnet «al crepuscolo, quando abbiamo potuto godere fino in fondo di questo momento magico. Lo scoglio però è davvero lugubre e fa paura pensando alle tempeste delle edizioni degli anni ’70».

Ma c’è anche la sorpresa di essere avvicinati da una barca «piena di Irlandesi, che ci hanno fatto festa. Alcuni di loro mi hanno rintracciata in Italia per mandarmi delle foto». E oltre alle fatiche tecniche la Carreri sottolinea quelle umane, come studiare la terminologia «perché non sapevo il francese e nei momenti difficili devi parlare e capire in fretta», o entrare nelle “caste” dei velisti francesi «che vedono Giovanni Soldini come una mosca bianca».

E non ultima la durezza psicologica di questi viaggi. «Devi essere molto preparata alla solitudine, sei sempre al limite e qualche volta credi di essere vicina alla follia». Sullo schermo si susseguono immagini burrascose seguite da mari calmi di un blu inimmaginabile.

Il debutto nell’Atlantico segna appunto anche un record: Cecilia Carreri è la prima donna italiana alla Jacques Vabre. «Il console italiano - racconta - è venuto a farmi festa, ci ha ospitati e ci ha offerto un pranzo anche se a Bahia non volevo scendere dalla barca, sono venuti a tirarmi giù». A festeggiarla è anche il pubblico del Canneti, tra cui il presidente della Lega navale vicentina Giorgio Xodo, che l’omaggia di un libro su Istria e Dalmazia, sottolineando che «queste cose si fanno solo con grande sacrificio, voglia e passione.
Ora, però, t’aspetto a Fimon».
 
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